Come la vita ci costringe a cambiare...

COME LA VITA CI COSTRINGE A CAMBIARE: L’ESPERIENZA DELLE PERDITE E DEI LUTTI NEL CORSO DEL CICLO DI VITA
 
Tutte le volte che conquistiamo qualcosa di nuovo, una piccola parte se ne va. Ci rimane il ricordo, così come il senso di separazione e di perdita. È un dato comune ed ineliminabile per tutti gli esseri umani. Ma, se è così per tutti, perché la persona sta male quando è consapevole della perdita costante e continua legata alla vita?
In realtà, è più corretto affermare che rimane sempre qualcosa dentro di noi, ma questo qualcosa si è modificato dalle nostre elaborazioni: dentro di noi conserviamo l'immagine della relazione vissuta (ciò che comunemente chiamiamo "ricordo"). Così il ricordo è il piccolo spazio occupato dagli eventi della vita e deposto nei luoghi inaccessibili della mente.
Certi ricordi appaiono belli alla memoria. Altri, invece, ci fanno ancora soffrire. Così, il ricordo attiva una sensazione cui noi diamo un colore e nella quale viviamo un'emozione. Dentro di noi conserviamo l'immagine della relazione, anche quando l'oblio ci ha fatto perdere gli avvenimenti.
Effettivamente, le emozioni e le esperienze emotive non sì perdono mai, ma rimangono sopite nell'attesa di potersi esprimere.
Alcune persone, tuttavia, non sono in grado di “dimenticare”, cioè, più precisamente, di lasciare all'oblio i ricordi,: l'evento che ha generato la sensazione rimane presente alla coscienza e, nell’ agire quotidiano e durante la scansione della giornata, tale rappresentazione non può  fare a meno di continuare a comparire alla nostra presenza e, insieme ad essa, le sensazioni e le emozioni associate, situazione che, paradossalmente, si mantiene attiva anche in assenza dell'evento reale: ci troviamo di fronte ad uno stato dove la persona continua a parlare dell'evento come se il tempo si fosse fermato. Certamente, nell'inconscio degli uomini, il tempo è una dimensione che non esiste: percepiamo indifferentemente dagli anni passati emozioni, amori e passioni con lo stesso vigore di quando eravamo bambini, ma non sono costantemente presenti alla coscienza, lo sono solo in alcuni momenti della vita: in altre parole, l'uomo ha la possibilità di staccarsi da alcune rappresentazioni interne per dedicarsi alle proprie consuete attività.
Non tutti i ricordi, tuttavia, possono essere lasciati indietro a noi: alcuni di essi, sono così carichi d'affetto che, spontaneamente ed in modo del tutto inconsapevole, si presentano ripetutamente alla coscienza. Tale forza può essere così potente da essere vissuta come un’ossessione, una persecuzione. Da un punto di vista psicologico, ciò significa che la forza di queste immagini è insita nei traumi subiti dal soggetto. Un'emozione intensa, quando non si esprime perché l'oggetto-meta di tale scarica non è disponibile, rimane latente, sempre alla ricerca di una strada da seguire. Questa è la vera maledizione dei conflitti psichici: non si fermano mai per tutta la vita. Troviamo per essi una forma d'espressione accettabile dall'Io, in mediazione con il principio di realtà; in alternativa, essi rischiano di torturarci per buona parte della nostra esistenza, continuando a causarci dolore e sofferenza e senza mai trovare una risoluzione.
Chiaramente, la sofferenza e il dolore fanno parte della vita di ciascuno, ed ognuno ha la sua storia soggettiva, dettata dagli incontri subiti e prodotto dell’elaborazione delle esperienze che il soggetto ha fatto. In qualche modo, è impossibile non soffrire, e la sofferenza e il dolore sono la controparte di ciascuna esperienza effettuata dal soggetto, il prezzo che si paga per ogni distacco, per ogni separazione e ogni perdita subita lungo il cammino. Così, la psicopatologia si incontra ogni qualvolta il soggetto non riesce a fare i conti con questo dolore, effettuando delle operazioni difensive di allontanamento da sé: parti di sé che vengono rimosse, scisse o negate e, che, a modo loro, continuano ad esistere all’interno di noi e a provocarci innumerevoli disagi e sofferenze. Si può dire che la sofferenza non affrontata… purtroppo, genera altra sofferenza! Per questo, è importante trovare la forza e la capacità di fare i conti con le esperienze negative incontrate lungo il nostro cammino, dando spazio all’ascolto e all’elaborazione delle emozioni ad esse connesse. Quindi, si può dire, in conclusione, che ciò che fa la differenza consiste nella capacità del soggetto di gestire le tensioni interne.
Per alcune persone, la perdita di una relazione o di una persona equivale ad una disgregazione interna: quel legame, quel rapporto con quella persona definiva in qualche modo la nostra identità, la rappresentazione di noi stessi. L'Io, nella sua intimità, frammentato e non sufficientemente forte da riconoscere se stesso come oggetto completo, cerca nell'altro la propria integrazione. La percezione del vuoto interno è vissuta in modo drammatico ed il ricordo di un evento ormai passato, non riesce a sostituirsi al trauma, nel tentativo disperato di negare il trauma della separazione o della perdita.
Non sempre, le perdite sono legate ad avvenimenti reali: a volte, ci troviamo di fronte a soggetti, i cui sentimenti di perdita sono dei vissuti che non hanno una relazione oggettiva con la situazione. Sono questi i casi in cui una separazione attuale viene vissuta in maniera estremamente più intensa e amplificata rispetto alla normale espressione di tale esperienza: questo, perchè una separazione attuale può evocare una precedente e più antica separazione, appartenente alla storia evolutiva infantile del soggetto ed entrare in risonanza con essa e con essa essere confusa. Un trauma è dunque una situazione di disequilibrio psichico generato dalla struttura interna e dalle situazioni esterne che fungono da attivatori delle patologie psichiche.
Un particolare disequilibrio psichico si esprime nei vissuti depressivi nei quali il sentimento di perdita, d'incapacità, di negazione e d'inadeguatezza costituiscono la base della relazione con il proprio sé.
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