La depressione e la dinamica del senso di colpa

Il senso di colpa rappresenta il motore stesso della depressione. È, in un certo qual modo, la risultante di un lavoro interno, di elaborazione, nel quale l'idea o la sensazione di avere infranto delle regole di comportamento o di non avere aderito a una certa modalità di comportamento ideale, portano a sperimentare una pesante sensazione penosa, che porta il soggetto ad essere continuamente afflitto da un doloroso conflitto legato a una battaglia che egli considera persa.
Dal desiderio dell'oggetto e dall'impossibilità di possederlo e controllarlo nasce, dunque, il senso di colpa.
È sempre l'espressione di due tensioni contrapposte: "la ricerca di..." e, "l'impossibilità a..." Così, la tensione interna aumenta, i sentimenti di odio per l'oggetto perduto vengono rimossi dalla coscienza e rivolti, grazie alla morale interna (in termini psicoanalitici, il Super-Io) all'Io del soggetto che diventa, esso stesso, bersaglio masochistico della propria aggressività (il cosiddetto “rivolgimento verso di sé”), per cui è l’Io vive la colpa per la perdita subita e riversando su di sé l'aggressività inconscia, punendosi diventando martire di se stesso.

A ben guardare, i depressi si sentono spesso delle vittime. Chi è la vittima? Chi è il carnefice? Di certo, il persecutore esiste: è l'immagine interiorizzata del rapporto diventato, esso stesso, il sostituto della relazione oggettuale o relazionale interrotta.

A livello logico, e sul piano fenomenologico, al senso di colpa corrisponde un "bisogno di punizione": la convinzione radicata alla base – conscia o non conscia – consiste nell'idea elementare, forse legata a un pensiero con un funzionamento ancora un po’ infantile della nostra mente, per la quale, l’espiazione della colpa è la strada verso la redenzione, la liberazione da quella sensazione, in una parola, mezzo e fine della riparazione. Di fatto ciò non accade perché, nel soddisfare masochisticamente la colpa, riattiviamo continuamente quella sofferenza.
È penoso, ma si ha proprio la sensazione di vedere un uomo mangiare senza saziarsi mai, dove la fame d'amore ed il vuoto onnipresente della mancanza formano i contraltari della persecutorietà della colpa.

 

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