LO SVILUPPO AFFETTIVO DEL BAMBINO

Studiare lo sviluppo affettivo significa analizzare il tipo di rapporti che il soggetto instaura con l'ambiente e le caratteristiche individuali, evidenziando i fattori che ne influenzano l'evoluzione.

Quando si parla di sviluppo affettivo in psicoanalisi, non si può non parlare dei processi di separazione-individuazione, studiati dai più famosi psicoanalisti. Ma, che cosa si intende per “processo di separazione-individuazione”?

Con “processo di separazione-individuazione, ci riferiamo a un termine introdotto dalla psicoanalista e studiosa Margaret Mahler, con cui si definisce il cammino che il bambino percorre per passare da uno stato iniziale in cui non si differenzia dalla madre, fino a realizzare un Sé separato e autonomo: la separazione si ha quando il bambino emerge dallo stato di simbiosi con la madre, mentre l’individuazione si ha quando il bambino diventa consapevole di avere proprie caratteristiche individuali.

Margaret Mahler sostiene che la nascita biologica del bambino – evento osservabile e circoscritto nel tempo – non coincida con la nascita psicologica, che consiste in un processo psichico di separazione-individuazione che ha luogo tra il 4° mese e i 3 anni di vita del bambino.

Per “nascita psicologica” si intende l’instaurarsi di un senso di separazione che si verifica in rapporto con il mondo della realtà, che riguarda soprattutto il fare esperienza del proprio corpo e dell’oggetto d’amore primario.

Come ogni processo intrapsichico, anche il processo di separazione-individuazione si riflette lungo tutto il ciclo vitale, non ha mai fine e rimane, pertanto, sempre attivo.

L’iniziale conquista intrapsichica dell’essere separato implica l’acquisizione, da parte del bambino, di un funzionamento separato in presenza e con la disponibilità emotiva della madre.

Questo processo graduale viene da lei individuato con la suddivisione in fasi:

1. fase autistica normale. In questa fase il bambino è caratterizzato dal prevalere di stati di sonno,  è una relativa assenza di risposte agli stimoli esterni, prevalgono i processi fisiologici rispetto a quelli psicologici. La meta principale di questa fase è il raggiungimento di un equilibrio dell’organismo del neonato nel nuovo ambiente esterno.

2. fase simbiotica normale. Ha il suo inizio dal secondo mese di vita del neonato, momento in cui questi ha una vaga consapevolezza di un oggetto che soddisfa i suoi bisogni. In questa fase il bambino si comporta come se lui e la madre fossero onnipotenti, una cosa sola. Il termine simbiosi utilizzato dalla Mahler, descrive uno stato di indifferenziazione, di fusione con la madre, in cui l’Io non è ancora separato dal Non-Io, in cui l’interno e l’esterno cominciano solo gradualmente ad essere percepiti come diversi.

Il processo di separazione-individuazione presenta inoltre 4 sottofasi:

1. sottofase di differenziazione. Inizia verso i 5 mesi ed è caratterizzata da una maggiore percezione dell’esterno con un graduale sviluppo dei sensi, accompagnata dalla capacità di essere sempre attenti durante la veglia. Inoltre si ci accorge della presenza o assenza della madre e si aspetta con fiducia il suo ritorno. Questa sottofase viene individuata con la comparsa di alcuni comportamenti come il tirare il naso, le orecchie e i capelli della madre.

2. sottofase di sperimentazione. Durante questa fase il bambino è molto preso dalle funzioni motorie e a tratti mostra un relativo disinteresse verso la madre.

3. sottofase di riavvicinamento. Il bambino che precedentemente provava piacere ad allontanarsi dalla madre, in questa fase la cerca spesso portandole cose e giocattoli.

4. sottofase del consolidamento dell’individualità e inizio della costanza dell’oggetto emotivo. I principali compiti di questa sottofase sono la conquista di un’individualità definita e permanente e il conseguimento di un grado relativo di costanza oggettuale. Si ha una patologia nel processo di separazione-individuazione quando il bambino è incapace di rispondere o adattarsi a stimoli che provengono dalla madre, o reagisce con panico di fronte alla sua assenza. I due tipi di patologie sono: bambini autistici che si comportano come se la madre non esistesse, o bambini che si comportano come se la madre fosse parte di loro. In seguito a varie critiche sul suo processo, la Mahler giunse alla conclusione, che la fase autistica è limitata alle prime settimane di vita e che un bambino normale non è mai completamente inconsapevole di quello che succede intorno a lui. La relazione oggettuale si sviluppa dal narcisismo infantile primario fino al raggiungimento della fase separazione-individuazione. Il funzionamento dell’Io e il narcisismo secondario si sviluppano di pari passo con l’evolversi della relazione dapprima narcisistica e in seguito oggettuale che il bambino ha con la madre.

 

Attualmente, le ricerche legate al filone dell’infant research ritengono che probabilmente non esiste una psicopatologia del bambino piccolo: per ragioni evolutive, il disturbo può essere collocato soltanto nella relazione madre-bambino. Questo modello si rifà alla funzione di “specchio” che Winnicott attribuisce alla madre: quando il bambino rivolge lo sguardo alla madre, vede due cose: gli occhi della madre e sua madre che lo guarda. È stata messa infatti in evidenza una reciprocità fra la motivazione che spinge il genitore a prendersi cura del bambino e la tendenza innata all’attaccamento, per cui l’attaccamento del piccolo al genitore può essere considerato la controparte del legame del genitore verso il figlio.

Secondo Winnicott infatti, il lattante e le cure di cui è oggetto, formano un tutt’uno. Il bambino comincia ad “esistere” in modo diverso, a seconda che queste cure siano adeguate o meno. Il “potenziale” del bambino infatti, non può trasformarsi nella “realtà” del bambino, se non si associa ad un ambiente esterno favorevole, che preveda cure adeguate. Secondo Winnicott, le cure soddisfacenti iniziano con uno stadio di “contenimento” detto holding, con il quale  si designa non solo il sostegno fisico del bambino, ma anche tutto ciò che l’ambiente gli fornisce prima del concetto di  “vita comune”, il quale prevede  la partecipazione consapevole alle relazioni oggettuali e l’emersione del bambino dallo stato di fusione con la figura materna (sia essa la madre naturale o un suo sostituto). Questa fase è importantissima perché, alla base della capacità di diventare un individuo autonomo, sta il ricordo delle cure ricevute, immagazzinato dal bambino. Se queste cure saranno state adeguate, il bambino, crescendo, aumenterà la propria fiducia nei confronti dell’ambiente che lo circonda, diversamente svilupperà una personalità dipendente o addirittura, patologica.

La madre offre la prima relazione oggettuale del bambino, sull'esperienza della quale egli costruisce le successive relazioni interpersonali. Se questo rapporto manca o viene significativamente alterato precocemente, nel bambino si genereranno, dal punto di vista emozionale, stati carenziali che influenzeranno negativamente, in alcuni casi, irreversibilmente, il suo sviluppo psicofisico.

Per “carenza affettiva “ si intendono diverse sindromi caratterizzate da una condizione prolungata di non soddisfazione dei bisogni primari del bambino nel rapporto diadico con la madre.
I bambini che sperimentano una condizione di carenza affettiva sono quelli istituzionalizzati, ospedalizzati, o quelli che sono allontanati per lungo tempo dalla famiglia senza la possibilità di godere di un sostituto materno valido.
Autori quali Spitz e Bowlby hanno studiato approfonditamente molti casi clinici di bambini cresciuti in condizioni affettivamente deprivanti, hanno conseguentemente evidenziato come questo stato carenziale produca effetti diversi, sempre negativi, a seconda del tipo di separazione, dell'età del bambino, della presenza o assenza di un precedente rapporto con la madre.
Fra questi effetti si trova: un progressivo rallentamento delle funzioni psicofisiche, difficoltà o impossibilità di stabilire adeguate relazioni interpersonali fino ai casi più gravi di deterioramento irreversibile delle funzioni cognitive, gravi alterazioni della sfera affettiva.

Spitz fece studi sulla carenza da insufficienza grazie ai quali osservò che bambini di sei/diciotto mesi che si trovavano in tale stato passavano attraverso tre stadi: piagnucolamenti, grida acute con perdita di peso ed arresto nello sviluppo, ritiro e rifiuto del contatto (depressione anaclitica).
Spitz, per formulare la sua teoria sull'evoluzione psicogenetica, ha osservato direttamente il bambino: nei primi anni di vita ci sono degli organizzatori dello psichismo che caratterizzano alcuni livelli essenziali dell'integrazione della personalità e in essi i processi di sviluppo e di maturazione si combinano. Lo stabilirsi di un organizzatore dipende dalla comparsa di tali indicatori, ossia nuovi schemi di comportamento di seguito illustrati:
- la comparsa del sorriso di fronte al volto umano si stabilisce intorno ai due/tre mesi, quando si ha la prima relazione preoggettuale indifferenziata e la comparsa della percezione esterna;
- la comparsa della reazione d'angoscia di fronte all'estraneo, intorno agli otto mesi, periodo in cui c'è la capacità di distinguere fra Io e non Io, c'è relazione con oggetti diversificati;
- la comparsa del No, al secondo anno di vita, in cui il bambino sa distinguere perfettamente fra sé ed oggetto materno e quindi ha relazioni sociali; qui compare anche la capacità di concettualizzare in modo astratto, simbolico.

Anche Bowlby studiò le carenze affettive dal punto di vista quantitativo, focalizzando l'attenzione sulla carenza da discontinuità dei legami o separazione. I problemi maggiori insorgono in presenza di una carenza affettiva fra i cinque mesi ed i tre anni.
Come Spitz, anche Bowlby individua tre fasi attraversate dal bambino privato delle cure materne: - -  fase di protesta, al momento della separazione il bambino piange o si agita per due giorni;
- fase di disperazione, il bambino smette di mangiare, non si veste e pare depresso;
- fase del distacco, il bambino accetta le cure ma potrebbe non riconoscere la madre.
Bowlby ha costruito un percorso evolutivo caratteristico dei primi due, tre anni di vita, che comprende 4 momenti distinti:
- il bambino attraversa dapprima una fase di pre-attaccamento, in cui i suoi comportamenti puramente istintivi e riflessi avrebbero lo scopo di sollecitare risposte di protezione da parte della madre;
- intorno al secondo-sesto mese si viene a determinare un interesse privilegiato del piccolo verso la madre che non comporterebbe però ancora ansia e paura nei confronti di questa;
- l'attaccamento vero e proprio si evidenzia a partire dall'ottavo mese e per tutto il secondo anno: il bambino oltre a manifestare in modo spiccato comportamenti caratteristici quali, per es. seguire la madre, aggrapparsi ad essa, toccarla, evidenzia una netta reazione di paura, di ansia se non addirittura angoscia, in presenza di individui estranei e durante la separazione dalla madre. Questa inoltre costituisce con la sua presenza in un luogo non conosciuto, una base sicura che permette l'esplorazione dell'ambiente;
- nella fase successiva, durante il terzo anno il piccolo instaura una relazione reciproca con la mamma; il suo pensiero ormai è di tipo simbolico, gli consente di rappresentarsi mentalmente il suo ritorno o la sua presenza anche in sua assenza.
La teoria di Bowlby appartiene alle teorie etologiche assieme a quelle di Harlow: queste teorie studiano il soggetto nel proprio ambiente naturale. Bowlby è stato il primo ad integrare gli studi dell'etologia con la psicologia dello sviluppo; egli infatti, studiando i neonati, si accorse che molti dei loro comportamenti innati si ritrovavano anche nei piccoli degli animali. Le sue osservazioni sui neonati lo portarono a sostenere che l'attaccamento sociale tra il piccolo e la madre era necessario per uno sviluppo normale. In questo ambito la teoria dell'attaccamento di Bowlby è la prospettiva teorica di riferimento.

Come gli studi effettuati da questi autori hanno ben evidenziato, il primo anno di vita è critico perché si formi un fondamentale senso di fiducia negli altri e di speranza nel futuro. Ed in ciò le esperienze che coinvolgono il padre e la madre sono le più importanti. Se chi si prende cura del bambino risponde ai suoi bisogni in modo affidabile ed attento, il bambino sarà più felice e piangerà di meno rispetto a quelli ignorati. In base alla teoria dell’attaccamento di Bowlby, alcuni bambini formeranno relazioni sicure, altri meno fortunati, relazioni insicure.
Poiché l'attaccamento sociale dipende dalle interazioni sociali, la qualità della relazione madre-figlio è cruciale.
Sfortunatamente, anche le madri meglio intenzionate non possono controllare pienamente le qualità delle loro interazioni con le altre persone, compresi i propri figli, così è inevitabile che certe relazioni di attaccamento madre-figlio siano meno sicure di altre. I bambini il cui legame con la madre è insicuro, possono sviluppare problemi emotivi e di comportamento. Negli ultimi anni, gli impegni lavorativi delle donne, hanno fatto emergere l'importanza della figura del padre nell'educazione quotidiana dei figli. Questo può provocare un legame verso i padri, non meno forte che verso le madri, specialmente se anche il padre nutre il bambino, lo lava, ecc.

Le descrizioni di Spitz e Bowlby del normale sviluppo evolutivo, partendo dall'osservazione di situazioni di deprivazione, sono state molto utili.
Attualmente, l'attenzione è però rivolta maggiormente alla carenza affettiva che può instaurarsi in seno alla qualità della relazione, in seguito ad un alterato rapporto con la madre senza che avvenga una separazione fisica. Spesso la madre, in famiglie multiproblematiche, può essere inaffidabile ed imprevedibile, di conseguenza, il rapporto che instaura con il suo bambino è inadeguato o patogeno; ciò può determinare una condizione di fragilità dell'Io deteriorandone il successivo sviluppo della personalità.
Una madre non accogliente, non contenitiva, che non sa offrire un adeguato maternale, sia per una sua condizione emotiva sia per difficoltà oggettive di vita, fa sì che il bambino non sperimenti un adeguato attaccamento.
 
           Dott. ssa Chiara Cerri

 

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